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Venti di guerra alla Volkswagen

Succede che in questo colosso del settore automobilistico i manager contino più degli azionisti. E questo racconta molto di quali siano le cose su cui si punta maggiormente nelle imprese tedesche: il lavoro e non la finanza

volkswagen

I risultati prima di tutto
I venti di guerra alla Volkswagen hanno già avuto un vincitore: l’ad Winterkorn. E lo sconfitto è, niente meno che Piech, nipote del fondatore della casa automobilistica e ora addirittura dimissionario. La sua mossa sprovveduta è consistita nel tentativo di far silurare l’ad che però aveva dalla sua i risultati: è stato lui a far diventare la casa automobilistica tedesca il secondo produttore mondiale. E la sua vittoria risulta ancora più significativa se si pensa che, a sostenerlo, sono stati gli stessi sindacati e il governo medesimo della Bassa Sassonia che, forse non tutti lo sanno, detiene il 13% dell’impresa automobilistica. E così, dopo due settimane di lotte Piech ha lasciato ogni tipo di incarico nel gruppo Volkswagen.

Potere più che quote
È questa un’altra chiave di lettura della vicenda che, come è ovvio, in Germania non è una notizia di secondo piano. Piech era uno degli azionisti singoli decisamente più importanti ma, è evidente, il suo numero di quote non è stato sufficiente. A contare è stato altro. Anche se, almeno per il momento, non si sa esattamente quali siano stati i fattori di disaccordo tra lui e l’ad. C’è chi sostiene che Piech fosse scontento dell’andamento dell’azienda sul mercato americano, che si lamentasse della redditività e di alcune faccende riguardanti le innovazioni tecnologiche. Ma, e questo è bene ricordarlo, in Germania nella strategia gestionale di un’azienda, hanno molto peso i sindacati e questo si è visto. Il fatto che anche la politica ci si sia messa in mezzo significa una cosa molto pragmatica: la Volkswagen da lavoro a moltissimi operai e gli operai votano. Quindi si è fatto semplicemente due più due. In Germania il caso ha fatto scalpore diventando addirittura un esempio di come le influenze abbiano più peso del capitale.

E di capitale in gioco ce n’era molto visto che Piech voleva addirittura creare una solida maggioranza di tipo quasi famigliare dal momento che lui e il ramo dei Porsche hanno (o sarebbe meglio dire avevano) il 51% dei voti e il 32% delle azioni. Ora si tratta di capire quali nuovi equilibri verranno trovati e come. E c’è già chi dice che il patriarca non se ne andrà così facilmente, senza contropartite


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