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Le parole d’ordine del sistema tedesco

Minijob, flessibilità, formazione: queste le parole d'ordine del tanto decantato sistema tedesco. Tornate ancora di moda perché tanto affascinano il Primo Ministro Italiano Renzi

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Le origini di un mito
Non finiremo mai di insistere sul fatto che non è tutto oro ciò che luccica. Questo significa che anche il famoso “modello tedesco” non è privo di criticità e di costi sociali, per qualcuno, sempre molto alti. In ogni caso è indubbio che tale modello abbia avuto, fin dalla sua nascita, e abbia ancora oggi alcune parole chiave si cui si fonda: minijob, flessibilità, formazione e sussidi. L’uomo da cui tutto ebbe origine fu Hartz, famoso dirigente della Volkswagen che pensò ad alcune riforme atte a ridare fiato ad un mercato del lavoro che subiva ancora l’onda lunga della riunificazione. Nonostante non manchino le critiche alla spesso acritica accettazione entusiasta di tale sistema, è indubbio che esso abbia contribuito non poco alle ottime performance che la Germania vanta in termini di disoccupazione.

I sussidi
Parola magica che molti fraintendimenti ha portato con sé e che ha anche portato molte persone a pensare di trasferirsi in Germania. E argomento molto dibattuto all’interno della stessa società tedesca e, negli ultimi giorni al centro di un paventato giro di vite. Comunque il sistema di sussidi tedeschi è a beneficio di chi è sì disoccupato ma che dimostri di essere davvero alla ricerca di un’occupazione. Oltre a ciò coloro i quali si dicono (e sono disoccupati) ricevono proposte di lavoro attraverso i centri per l’impiego; proposte che, se non accettate, contribuiscono a diminuire l’ammontare del sussidio stesso. Questa è una delle differenze con la italica cassa integrazione.

Formazione
Ecco un altro cardine su cui si basa il modello tedesco. In un nostro precedente articolo avevamo già parlato dell’importanza, per esempio, dell’apprendistato in Germania. Qui poi esistono dei buoni per la formazione che si aggiungono ai così detti minijob: impieghi pochissimo tassati che però non danno diritto a cumuli pensionistici ne ad assicurazione sanitaria. Si tratta di lavori basati su contratti che non nascondono un lato di precarietà e che prevedono stipendi massimi di circa 400 euro. Certo non è una forma di tutela enorme ma è pur sempre un provvedimento che entra nelle varie statistiche di misurazione della disoccupazione.

Flessibilità e ancora flessibilità
Parola tanto usata da diventare, spesso abusata. È però la parola con cui la Germania ha cambiato le regole soprattutto per quanto riguarda il costo del lavoro. E anche qui non sono mancati gli abusi e le storture. Ma si è trattato di una ricetta che ha portato, non solo l’abbattimento del costo del lavoro, ma anche una maggiore propensione, da parte delle aziende, ad assumere. Ed è dietro questa parola che ruota moltissimo la competitività della Germania con i suoi numeri da record per quanto riguarda l’export ma che, contemporaneamente, ha influito un po’ negativamente sui consumi interni.

In ogni caso, seppur valido l’invito a leggere sempre attentamente cosa si nasconde dietro i numeri ufficiali, è innegabile che il sistema tedesco qualche risultato lo abbia portato.


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